Primi dolorosi passi verso il diniego del caffè.

Mentre seduta al tavolo della cucina, osservavo i cerchi bianchi che disegnava il movimento del cucchiaino nella tazza fumante, non potevo non pensare che conoscevo il mio corpo da ben ventidue anni, e tra noi si era ormai instaurato un senso di fiducia reciproca. La convivenza non è facile per nessuno, ma noi ce la stavamo cavando alla grande! Il colpo basso che stavo per sferrargli probabilmente (anzi, senza probabilmente) avrebbe incrinato il nostro rapporto. Sebbene stessi agendo per il suo interesse più che per il mio, ero perfettamente consapevole che non me l’avrebbe perdonata tanto facilmente.
Smisi di cercare di amalgamare quella poltiglia marroncina e appoggiai il cucchiaino sporco su un pezzo di carta scottex. Agguantai entrambi i lati della tazza con la stessa energia e convinzione con cui uno che non ha mai aperto il libro si dirige alla cattedra per un’interrogazione a sorpresa, e la portai alla bocca. Presi fiato e ringraziai di avere il naso chiuso per il raffreddore.
Forza, è come strappare un cerotto..
O forse no.

Rifilare allo stomaco un banale surrogato, un non ben identificato agglomerato di orzo e ginseng, al posto dell’unico, nero, amaro e ineguagliabile caffè espresso è davvero meschino ..ma un po’ è anche colpa sua, e sotto sotto lo stomaco lo  sa.

Sempre di corsa

Ultimamente il tempo pareva impazzito, sempre di corsa, in piena accelerazione. Lei riusciva solo ad accorgersi che era passato, spesso a ore di distanza, era sempre indietro, era sempre troppo tardi.  Non viveva l’istante, bensì gli guardava il fondoschiena mentre strafottente si allontanava a passo deciso.
Ci voleva un atto di ribellione, così dopo essersi lavata e messa il pigiama si sedette sul letto, col busto rivolto verso l’orologio analogico appeso alla parete e
chiuse gli occhi. Liberò la mente cercando di colorare tutto di bianco. Il bianco, si sa, dà luce, fa sembrare tutto più ampio, crea spazio.
Stette così, ferma ad ascoltare il ritmo regolare del suo respiro e una volta trovata la calma si permise di dare lei ordine allo scorrere del tempo, decidere quando e come dovevano muoversi le lancette. Senza fretta.
Quando si sentì pronta riaprì gli occhi, e notò con soddisfazione una discrepanza tra il tempo da lei stimato e quello indicato sul muro, il mondo era indietro di 4min rispetto a lei. Certamente l’avrebbe facilmente recuperata, ma era riuscita a guardarlo in faccia e poteva andare a dormire tranquilla.

..già lunedì.

Seduta accanto al finestrino, mentre pittoreschi paesaggi autunnali riempivano il cuore di caldi colori e spingevano al letargo, non potevo fare a meno di pensare che quell’oretta scarsa, impiegata dal treno per percorrere i 60km che mi separavano dalla meta, non doveva essere sprecata, rappresentava infatti l’unico giustificato momento di relax della giornata.  Mancavano solo 24h alla discussione, ed ero catastroficamente in ritardo con la stesura della relazione.
Stranamente nella carrozza il riscaldamento sembrava funzionare e dopo aver ordinatamente appoggiato sul sedile accanto giacca e borsa, srotolato le cuffie del lettore mp3 e premuto il tasto play, nessuno, se escludiamo il controllore, avrebbe potuto frapporsi tra me e qualche agognato momento di ozio.

Il pub

La definirei di un blu tendente al verde, ma forse era perchè la vedevo sempre e solo di notte e non ero mai riuscito ad identificarne il colore, un po’ scrostata e tradizionalmente cigolante. Vi avvicinai incerto il palmo della mano e poi, d’improvviso sicuro, diedi forza. La porta cedette senza troppa resistenza e io entrai. Varcare la soglia del solito pub oggi aveva un sapore diverso.
Trascinai le gambe una davanti all’altra fino a raggiungere lo sgabello di pelle scura davanti al bancone per poi lasciarmici cadere sopra come un peso morto. L’ambiente era quello usuale, le luci soffuse rimbalzando contro le pareti rosso fuoco conferivano alla sala un cupo color arancione. I divanetti neri e i tavolini in freddo mogano non aiutavano certamente a rallegrare l’ambiente, ma l’obiettivo non era quello. Il segnale era chiaro: “Fatti i fatti tuoi e non rompere i coglioni al prossimo”.  Esattamente quello che mi confortava ogni volta. Appoggiando entrambi i gomiti sul bancone sollevai lo sguardo e spostai il busto in avanti per rivolgermi al barista. Centinaia di bottiglie contenenti liquidi di vari colori si ergevano imponenti sulle mensole di fronte a me.  Un uomo molto robusto, calvo e con grandi occhi color nocciola si avvicinò; aprii la bocca per ordinare, ma non ebbi neppure il tempo di emettere un suono che con un cenno di assenso mi arrivarono all’ orecchio le parole: ” Ho già capito amico, ci penso io.”
Dandomi le spalle cominciò a trafficare, muovendo le mani così velocemente che il sinistro serpente tatuato a spirale lungo l’avambraccio destro sembrava aver preso vita. Con la stessa fermezza di un giudice a fine udienza, mi sbattè uno dopo l’altro tre bicchieri sotto il naso. “Vedrai, andrà a posto tutto. Ora bevi.”
Non feci domande e non cercai risposte, semplicemente obbedii. Sentii il progressivo bruciore lungo l’esofago, poi con la gola in fiamme scossi la testa e tornai a guardare fisso avanti a me.
Scendendo dallo sgabello, con una sensazione di calore che impregnava i tessuti di tutto il corpo camminai verso l’uscita. Portai giusto il braccio di qualche centrimetro sopra la spalla, affinchè si potesse notare che distendevo le dita in segno di riconoscenza.
Arrivato a casa mi accomodai al tavolo, la macchina da scrivere mi stava dinnanzi, immobile, e sembrava fissarmi con rimprovero. Aggiunsi un nuovo foglio e cominciai a battere sui tasti. Non dovetti aspettare che passasse molto tempo, i pensieri prima ordinati nella mia mente cominciarono a confondersi, le parole sembravano svuotarsi di significato, le lettere intrise di inchiostro nero colante presero a danzare dolcemente.
Mi svegliai sul divano con un opprimente cerchio alla testa ad annunciarmi che era arrivato un altro giorno.  Tastai le tasche, mi serviva un’aspirina.

Non ne ho la minima idea.

Ci sono periodi in cui le notti passano anonime, un breve spazio temporale ristoratore che separa la sera dal mattino; ne esistono altri in cui, invece, le notti sembrano avere il sopravvento.
Le mattine di questi ultimi si riconoscono facilmente: gli occhi non vogliono aprirsi, il corpo si sente stanco, la mente necessita di tempo per ingranare, e l’umore, bè l’umore è tutto un programma.
Sogni, incubi, pensieri più svariati, affollano la nostra testa con immagini così vivide, con emozioni e dialoghi così intensi e complicati da sembrare reali. E sebbene capiti che il giorno seguente una persona non se ne ricordi, la stessa avvertirà sicuramente un alone di inquietudine come fedele compagno nelle successive attività diurne.
Rimanere per ore incosciamente arrabbiati  con  il soggetto che nel sogno ci ha recato un torto, o con il quale abbiamo litigato ferocemente, evitarne la vista e il contatto per un inspiegabile quanto prepotente senso di fastidio è un classico.
Ma la sensazione con la quale mi sono svegliata oggi è particolare, nuova. Oggi mi sono svegliata egocentrica. Non positiva, ottimista, allegra, piena d’energia, no, egocentrica. Mi sono svegliata con “you’re simply the best” come colonna sonora. Cosa a dir poco allarmante visto che non mi ritengo assolutamente un concentrato di autostima, potrei dire che mi quoto il giusto, magari senza trascurare un po’ di favoritismo, ma nulla di così palesemente surreale.
Da qui spontanea la domanda: “Io cos’ho sognato ieri notte? “

4uattr’occhi.

Appartenete alla categoria dei fortunati da 12/10 o anche voi avete una fighissima custodia per gli occhiali sulla scrivania?
Fortuna vuole che io non abbia mai sperato di diventare un pilota di aerei, e sinceramente, considerando la mia prepotente altezza, l’avere qualche diottria in meno sarebbe stato il problema minore; tuttavia secondo il mio oculista dovrei essere schiava di quella montatura nera firmata. Ma, per mio grande difetto, non ho mai sopportato che mi si dicesse cosa fare, se mai accetto suggerimenti.
Appoggiare gli occhiali sul naso e uscire di casa mi confonde. Scherzare coi cani, premere l’apriporta del cancello, guardare gli alberi, le macchine, la gente, sembra tutto odiosamente falso. E ancor peggio non riesco ad ascoltare, quando qualcuno mi parla ho l’ impressione di non sentire, neanche fossero tappini per le orecchie o io una delle migliori modelle di Picasso.
Per contro, se nei gesti quotidiani avere una lente che mi protegge dal mondo risulta fastidioso, quando scrivo o leggo la trovo confortante.
Fedele al proverbio ” Prima il dovere e poi il piacere”, vivo la maggior parte della giornata come parte del sistema, impegnata a fare del mio meglio. E quando poi, stanca, la sera mi posso rilassare, metto a bollire l’acqua per il tè, infilo i vestiti da casa e mi dirigo alla scrivania, apro dolcemente la custodia degli occhiali e li indosso, ponendoli come schermo contro tutto lo stress, le brutte sensazioni, le preoccupazioni, le arrabbiature e le aspettative. Una sorta di magico talismano in grado di fermare il tempo, per un piccolo ed essenziale momento solo mio.

< Scuotendo la testa per cacciar via la marea di pensieri che l’affollano, vado a sedermi sul letto. Con in mano la tazza fumante tiro le ginocchia al petto e mi perdo ad annusare l’intenso profumo di tè ai frutti di bosco. Come sempre sono in casa da sola, una luce tenue penetra nella stanza dal lampione sotto la mia finestra.
Il tepore della tazza si distribuisce a riscaldarmi le mani e un brivido caldo mi corre lungo la schiena.
Dopo aver acceso l’ abat-jour, prendo il libro dal comodino e aprendolo dove diceva il segnalibro comincio a perdermi in quel fiume di melodiche parole. >

Sono le sette e undici minuti!

La sveglia.
..no”.
La testa repentinamente scivola sotto al cuscino, le braccia piegate per portare i palmi delle mani a chiudere il padiglione auricolare.
Comincia ad affiorare la percezione del mondo esterno, i muscoli vibrano, fa freddo. “Dov’è la coperta?” Ginocchia flesse schiacciate sul petto, schiena ricurva, posizione fetale per dissipare il minor calore possibile.
Dalla cucina come un dolce abbraccio mi raggiunge e mi avvolge l’odore del caffè. La pelle della faccia si stiracchia in una specie di sorriso. “..yaaawn!” Quale motivazione migliore per alzarsi dal letto.
La punta del piede sinistro a saggiare il pavimento nella vana speranza di non trovarlo e di scoprire con immenso rammarico di dover rimanere intrappolata a letto tutta la mattina. Ma il pavimento c’è, fedele come sempre.
Sul tavolo della sala da pranzo un vassoio con una tazzina capovolta, un cucchiaino e un bricco di latte. Perfetto, un buon caffè e si comincia!