La mia giornata uggiosa

Era un po’ che non entravo in quella caffetteria, quella della stazione. Al centro un grande bancone affollato di gente in piedi in attesa di un espresso.  C’è coda alla cassa. Mi aggiungo. L’aria è intrisa di un odore dolce di brioches misto a un aroma forte di caffè e tensione.
Il mal di testa aumenta di intensità.
Non è mio solito abbandonarmi al destino, non sono una di quelle persone fataliste, solitamente mi piace essere attiva e prendermi quello che credo mi spetti,  non c’è verso di farmi cambiare idea se mi impunto su una cosa. Oggi però lascio che le cose accadano, di perdere dei treni non mi interessa, che siano gli eventi a guidarmi.. Il mio cervello ha bisogno di una tregua, devo ricaricare le batterie. Un giorno passivo che male può fare?
Attendo il mio turno.
Il signore davanti a me tamburella nervosamente con le dita sul bancone, ha fretta ma alla signora della caffetteria non sembra importare. E’ sempre la stessa, indossa una cuffietta bianca dalla quale escono spettinati ciuffi di capelli crespi color castano scuro, l’ espressione è accigliata e le rughe ben marcate sulla fronte caratterizzano e accentuano questo suo temperamento burbero.  Mai sentito pronunciare da lei un “grazie” o un “buongiorno” se non in rare occasioni e, anche qui, forzati e gettati là come un favore enorme. I lati della bocca tendono verso il basso, le mani sono rovinate e le nocche accolgono già le prime spelature dovute al freddo.
Ha una corporatura robusta, alta circa un metro e 75 , il grembiule tirato sui fianchi le segna la pancia. Le osservo gli occhi e cerco di capirne lo sguardo, agisce meccanicamente, la sua mente non è qui, non conversa e non sorride, a cosa penserà? Chi la aspetterà a casa? Non ha la fede, probabilmente neanche figli. Si alza tutti i giorni e passa mattina e sera a servire bevande a gente agitata e di corsa. Da quanti anni? Per quanto ancora? Che sogni aveva? Voleva davvero andare a fare svogliatamente e ciclicamente qualcosa per cui aveva così poca attitudine?
Tocca a me.
Vorrei ordinare qualcosa di caldo, ho tempo, potrei prendere un ginseng in tazza grande, ma sono dubbiosa è una bevanda dolce e non si addice alla giornata, voglio mantenere il mio umore amaro e chiedo cortesemente un espresso.
Il mal di testa aumenta ancora.
Prendo il piattino con la tazzina bollente e mi sposto a sedermi ad un tavolo vicino alla vetrata, il cielo è di un malinconico grigio chiaro, quasi fastidioso per gli occhi, e ogni tanto lascia cadere qualche spaesata goccia di pioggia, mi rispecchia.  Volto le spalle a buona parte della caffetteria e contemplo il piazzale semideserto della stazione.
Nello spiazzo dedicato ai taxi una coppia di anziani coniugi si fa aiutare a caricare i bagagli e contratta docilmente con il guidatore.
Il mal di testa sale ancora di un ottava, comincia ad essere insopportabile, chiudo gli occhi e mi massaggio le tempie. Esito qualche secondo, poi frugo voracemente nel portafoglio e prendo un’altra pastiglia. Così non va, mi distruggerò fegato e reni.
Al  tavolo accanto al mio una ragazzina dai capelli biondo scuro, un po’ goffa e con un brutto naso mastica rumorosamente delle patatine. Dall’altra parte due ragazzi cinesi visibilmente annoiati si dondolano sulle sedie smettendo solo di tanto in tanto per dare spazio a qualche vigorosa sbuffata. A guardarli bene non mi sembrano neppure tanto giovani, uno mi ricorda un attore.. Mi viene da ridere, vorrei comunicarlo a qualcuno ma sono sola.
La mia tazza di caffè è ancora fumante, non voglio ustionarmi la lingua. Estraggo l’agenda dalla borsa, devo aggiornarla, programmi da definire, cose da inserire e altre da eliminare.
Devo prendere una decisione, no, non ora, non oggi.
Credo di essere dell’umore adatto per scrivere e il fatto di trovarmi seduta in un bar con una tazza davanti e tutto il tempo a disposizione mi spinge a non rovinare l’atmosfera. Prendo il pc e inizio a lasciar scorrere i pensieri.
L’estate non è stagione per essere passivi e malinconici ma l’autunno sì, l’autunno offre il clima perfetto per uno scrittore. Sbalzi costanti di sole e nuvole, di tepore e gelo.. Un continuo tormento esteriore che si traduce inevitabilmente in mutamenti interiori. Se aggiungi qualche recente batosta, qualche pesante delusione dove invece avevi sperato un po’, allora sicuramente sei nello stato emotivo perfetto per cogliere la contrapposizione tra i colori caldi degli alberi  e dei vestiti indossati distrattamente da chi ti cammina accanto e quelli freddi del cielo e delle strade.
Controllo l’orologio sul polso sinistro, forse è il caso di andare. Afferro il manico della tazzina e con un gesto austero permetto ai miei neuroni di rincontrare quel carburante nero che è loro tanto caro.
Raccolgo giacca e borsa dalla sedia ed esco.

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Una risposta a “La mia giornata uggiosa

  1. o che fine hai fatto?
    mi manchi

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