4uattr’occhi.

Appartenete alla categoria dei fortunati da 12/10 o anche voi avete una fighissima custodia per gli occhiali sulla scrivania?
Fortuna vuole che io non abbia mai sperato di diventare un pilota di aerei, e sinceramente, considerando la mia prepotente altezza, l’avere qualche diottria in meno sarebbe stato il problema minore; tuttavia secondo il mio oculista dovrei essere schiava di quella montatura nera firmata. Ma, per mio grande difetto, non ho mai sopportato che mi si dicesse cosa fare, se mai accetto suggerimenti.
Appoggiare gli occhiali sul naso e uscire di casa mi confonde. Scherzare coi cani, premere l’apriporta del cancello, guardare gli alberi, le macchine, la gente, sembra tutto odiosamente falso. E ancor peggio non riesco ad ascoltare, quando qualcuno mi parla ho l’ impressione di non sentire, neanche fossero tappini per le orecchie o io una delle migliori modelle di Picasso.
Per contro, se nei gesti quotidiani avere una lente che mi protegge dal mondo risulta fastidioso, quando scrivo o leggo la trovo confortante.
Fedele al proverbio ” Prima il dovere e poi il piacere”, vivo la maggior parte della giornata come parte del sistema, impegnata a fare del mio meglio. E quando poi, stanca, la sera mi posso rilassare, metto a bollire l’acqua per il tè, infilo i vestiti da casa e mi dirigo alla scrivania, apro dolcemente la custodia degli occhiali e li indosso, ponendoli come schermo contro tutto lo stress, le brutte sensazioni, le preoccupazioni, le arrabbiature e le aspettative. Una sorta di magico talismano in grado di fermare il tempo, per un piccolo ed essenziale momento solo mio.

< Scuotendo la testa per cacciar via la marea di pensieri che l’affollano, vado a sedermi sul letto. Con in mano la tazza fumante tiro le ginocchia al petto e mi perdo ad annusare l’intenso profumo di tè ai frutti di bosco. Come sempre sono in casa da sola, una luce tenue penetra nella stanza dal lampione sotto la mia finestra.
Il tepore della tazza si distribuisce a riscaldarmi le mani e un brivido caldo mi corre lungo la schiena.
Dopo aver acceso l’ abat-jour, prendo il libro dal comodino e aprendolo dove diceva il segnalibro comincio a perdermi in quel fiume di melodiche parole. >

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