afFondi di caffè

E se, disorientati dal troppo studio, vi ritrovaste a cavalcioni di una vecchia sedia a fissare distrattamente i fondi del caffè appena bevuto? E se, quasi destandovi d’improvviso, vi accorgeste di non fissare qualcosa di informe e casuale, bensì una figura chiara e definita? E se foste anche casualmente in una scomoda situazione di stallo? Insomma se il vostro io cercasse delle risposte dalla vita.. una sorta di strada e appunto il caffè, quel miracoloso intrugio nero, vi avesse più o meno volontariamente appena fornito la soluzione?

Ma siedi accanto al fuoco e il buio si dirada

Appoggiata alla lavastoviglie mi stropiccio gli occhi in attesa che l’acqua nel pentolino cominci a bollire. “Ho proprio bisogno di qualcosa di caldo”. Dando le spalle alla stanza mi perdo a guardare fuori dalla finestra, il giardino è immobile, silenzioso, il buio avvolge tutto infondendomi una sensazione di protezione e di tranquillità. Tranquillità che.. che io però non provo e d’improvviso mi accorgo che quella visione stona, nella sua staticità mi infastidisce. Torno a prendere coscienza di quello che mi accade intorno, il pentolino borbotta al solletico della fiamma. Spengo il fuoco e metto il te’ in infusione. Il profumo, docile e sottile, comincia a diffondersi nella stanza e mi calma.
Mi siedo sulla sedia e la mia mente corre alla giornata appena trascorsa, alle cose che sono riuscita a concludere e quelle che ancora mi aspettano, alle cose che vorrei avere il tempo di fare o semplicemente di organizzare, ma che purtroppo dovranno ancora aspettare..  Troppe cose insieme, troppi pensieri. “Diavolo no, pensarci a quest’ora non ti aiuta di certo Ste. Lo sai che sembra tutto così difficile e insormontabile di notte..”
Scuoto due o tre volte la testa per far uscire i pensieri, cerco di seppellirli bene in fondo.
“Una cosa per volta”.
Prendo una tazza, brontolo stampato sul lato mi guarda col solito disappunto; verso l’infuso caldo. Una sensazione di tepore mi invade i palmi.  Vado a sedere sul divano, mi ci accuccio incrociando le gambe. Con la mano libera mi avvolgo in qualche modo nella coperta e tiro vicino il computer.. l’insonnia è la migliore amica della casella di posta:  leggere, rispondere, eliminare.. tutte le cose rimandabili ora diventano più che utili. Un motivo di distrazione a cui aggrapparsi per qualche minuto.
I muscoli tremano, mi sta salendo la febbre e sento freddo. Mi stringo di più nella vestaglia e tiro più su la copertina. Un sorso caldo mi scende lungo l’esofago, accuso l’escursione termica e lungo gli arti proseguono i brividi.

La mia giornata uggiosa

Era un po’ che non entravo in quella caffetteria, quella della stazione. Al centro un grande bancone affollato di gente in piedi in attesa di un espresso.  C’è coda alla cassa. Mi aggiungo. L’aria è intrisa di un odore dolce di brioches misto a un aroma forte di caffè e tensione.
Il mal di testa aumenta di intensità.
Non è mio solito abbandonarmi al destino, non sono una di quelle persone fataliste, solitamente mi piace essere attiva e prendermi quello che credo mi spetti,  non c’è verso di farmi cambiare idea se mi impunto su una cosa. Oggi però lascio che le cose accadano, di perdere dei treni non mi interessa, che siano gli eventi a guidarmi.. Il mio cervello ha bisogno di una tregua, devo ricaricare le batterie. Un giorno passivo che male può fare?
Attendo il mio turno.
Il signore davanti a me tamburella nervosamente con le dita sul bancone, ha fretta ma alla signora della caffetteria non sembra importare. E’ sempre la stessa, indossa una cuffietta bianca dalla quale escono spettinati ciuffi di capelli crespi color castano scuro, l’ espressione è accigliata e le rughe ben marcate sulla fronte caratterizzano e accentuano questo suo temperamento burbero.  Mai sentito pronunciare da lei un “grazie” o un “buongiorno” se non in rare occasioni e, anche qui, forzati e gettati là come un favore enorme. I lati della bocca tendono verso il basso, le mani sono rovinate e le nocche accolgono già le prime spelature dovute al freddo.
Ha una corporatura robusta, alta circa un metro e 75 , il grembiule tirato sui fianchi le segna la pancia. Le osservo gli occhi e cerco di capirne lo sguardo, agisce meccanicamente, la sua mente non è qui, non conversa e non sorride, a cosa penserà? Chi la aspetterà a casa? Non ha la fede, probabilmente neanche figli. Si alza tutti i giorni e passa mattina e sera a servire bevande a gente agitata e di corsa. Da quanti anni? Per quanto ancora? Che sogni aveva? Voleva davvero andare a fare svogliatamente e ciclicamente qualcosa per cui aveva così poca attitudine?
Tocca a me.
Vorrei ordinare qualcosa di caldo, ho tempo, potrei prendere un ginseng in tazza grande, ma sono dubbiosa è una bevanda dolce e non si addice alla giornata, voglio mantenere il mio umore amaro e chiedo cortesemente un espresso.
Il mal di testa aumenta ancora.
Prendo il piattino con la tazzina bollente e mi sposto a sedermi ad un tavolo vicino alla vetrata, il cielo è di un malinconico grigio chiaro, quasi fastidioso per gli occhi, e ogni tanto lascia cadere qualche spaesata goccia di pioggia, mi rispecchia.  Volto le spalle a buona parte della caffetteria e contemplo il piazzale semideserto della stazione.
Nello spiazzo dedicato ai taxi una coppia di anziani coniugi si fa aiutare a caricare i bagagli e contratta docilmente con il guidatore.
Il mal di testa sale ancora di un ottava, comincia ad essere insopportabile, chiudo gli occhi e mi massaggio le tempie. Esito qualche secondo, poi frugo voracemente nel portafoglio e prendo un’altra pastiglia. Così non va, mi distruggerò fegato e reni.
Al  tavolo accanto al mio una ragazzina dai capelli biondo scuro, un po’ goffa e con un brutto naso mastica rumorosamente delle patatine. Dall’altra parte due ragazzi cinesi visibilmente annoiati si dondolano sulle sedie smettendo solo di tanto in tanto per dare spazio a qualche vigorosa sbuffata. A guardarli bene non mi sembrano neppure tanto giovani, uno mi ricorda un attore.. Mi viene da ridere, vorrei comunicarlo a qualcuno ma sono sola.
La mia tazza di caffè è ancora fumante, non voglio ustionarmi la lingua. Estraggo l’agenda dalla borsa, devo aggiornarla, programmi da definire, cose da inserire e altre da eliminare.
Devo prendere una decisione, no, non ora, non oggi.
Credo di essere dell’umore adatto per scrivere e il fatto di trovarmi seduta in un bar con una tazza davanti e tutto il tempo a disposizione mi spinge a non rovinare l’atmosfera. Prendo il pc e inizio a lasciar scorrere i pensieri.
L’estate non è stagione per essere passivi e malinconici ma l’autunno sì, l’autunno offre il clima perfetto per uno scrittore. Sbalzi costanti di sole e nuvole, di tepore e gelo.. Un continuo tormento esteriore che si traduce inevitabilmente in mutamenti interiori. Se aggiungi qualche recente batosta, qualche pesante delusione dove invece avevi sperato un po’, allora sicuramente sei nello stato emotivo perfetto per cogliere la contrapposizione tra i colori caldi degli alberi  e dei vestiti indossati distrattamente da chi ti cammina accanto e quelli freddi del cielo e delle strade.
Controllo l’orologio sul polso sinistro, forse è il caso di andare. Afferro il manico della tazzina e con un gesto austero permetto ai miei neuroni di rincontrare quel carburante nero che è loro tanto caro.
Raccolgo giacca e borsa dalla sedia ed esco.

Apatia da decaffeinato

Sbuffai e con un gesto secco chiusi il libro, non riuscivo a distrarmi. Mi alzai dal letto, dove mi ero stesa qualche minuto prima e infilai le ciabatte. Percorsi svogliatamente il corridoio e finalmente arrivai in cucina. La portafinestra era spalancata, la tapparella alzata cosìcchè si potesse vedere liberamente il balcone e dietro di esso quell’ immensa distesa blu, calma e luccicante. Mi appoggiai alla ringhiera e contemplai il mare respirando a pieni polmoni. Davanti a me insieme a ossigeno, azoto e iodio si libravano tutti i miei casini, tutti i miei pensieri. Ordinatamente sparsi, ma non più soffocanti, era come se l’aria di mare li facesse levitare, permettendomi una leggerezza a cui da tempo non ero abituata. La linea dell’orizzonte era appena appena accennata e l’acqua pareva mescersi pacatamente con il cielo.
Mi avvicinai alla sedia e vi sedetti, sul tavolino i libri che avevo studiato durante tutta la giornata erano riposti compostamente e un volo di gabbiani in lontananza mi teneva compagnia, rendendo l’immagine più pittoresca e il clima più adatto alla riflessione. Non mancava neanche un leggero venticello a scompigliare i capelli, un toccasana dopo il caldo sofferto nei giorni precedenti in città.
Dedita a grafici, formule e sterili ragionamenti matematici non avevo avuto modo di parlare con nessuno, e non capivo se la cosa mi piacesse o mi infastidisse. Non avevo voglia di sprecare le corde vocali in inutili conversazioni sull’ipotetica gravidanza della compagna di George Clooney, non volevo partecipare all’aumento dell’entropia, nè all’ inquinamento acustico..non in modo così futile.
Appoggiai la testa ad un braccio e proseguii la contemplazione da un’altra prospettiva, la linea dell’0rizzonte appariva ora verticale mentre ai gabbiani si univano delle rondini.  Che volo basso.. curioso.. verrà a piovere? Così dice il detto, ma siamo sicuri che sia basso questo? Magari volano sempre così..
Pensai all’indomani e focalizzai la lista delle cose da fare, avrei, in primis, dovuto comprare del caffè per la moka non decaffeinato, la brutta esperienza vissuta appena sveglia non doveva ripetersi. D’altronde non ci voleva un’aquila per immaginare che il nonno, ormai da tempo in pensione, non si intossicasse con quintali di caffeina come la qui presente.
Nel frattempo le rondini scomparvero. Forse allora non pioverà..
Lungo i marciapiedi sottostanti cominciò un timido viavai di gente, allegre famigliole inziavano a mettere il naso fuori dalla porta, pronte per la classica e irrinunciabile passeggiata serale, magari, e perchè no, accompagnati da un fresco gelato mentre in sottofondo qualche artista ingaggiato dai bar sulla spiaggia ripropone classiche canzoni o pezzi jazz.
Facendo leva con le mani sulle coscie, come avevo visto più volte fare al mio vetusto parente, mi alzai. Sgranchii gambe e schiena in un rituale che cominciava a divertirmi, afferrai la borsa e il cellulare, sfilai le ciabatte optando per un paio di sandali con il cinturino, girai le chiavi e uscii di casa. Volevo un gelato sul mare..

Dopo gli esami?

E d’improvviso ecco il momento tanto atteso: Finisce la sessione.
L’effetto è più o meno quello di un milione di fari puntati verso di te che si accendono impeccabilmente sincroni mentre tu sei appeso a testa in giù a riposare in qualche caverna umida e oscura.
Rimani così, che “frastornato” è dire poco.
E quindi? E quindi vai in panico perchè senza un libro non sai cosa fare.
Ti svegli,  siedi alla scrivania, accendi il computer, poi il tuo sguardo parte, disorientato si affanna nella ricerca di un qualche tomo. Stai per ricaderci, per prendere gli occhiali e infilarli sul naso, per aprire l’astuccio strabordante di imploranti evidenziatori fluorescenti e di biro ormai agli sgoccioli di un’impavida carriera.
MA (c’è un ma!!) ormai sei esperto, e non ti fai trovare impreparato: prendi le 19 pagine dove avevi annotato meticolosamente da inzio ottobre le “cose-da-fare-dopo-gli-esami”, le sfogli con un sorrisino compiaciuto già immaginandoti nelle varie situazioni.
MA (c’è sempre un altro ma..) realizzi che hai solo 4 giorni e sono drammaticamente troppo pochi.
Così, un po’ accigliato, strappi tutto, prendi un nuovo foglio e soddisfatto scrivi a caratteri cubitali: “DORMIRE”.

Candele profumate e acqua bollente.

In casa non volava una mosca, regnava un silenzio regale.  Passeggiando avanti e indietro per l’ingresso con aria pensosa, mi divertivo a percorrere con la punta delle dita il profilo dei mobili. Poi l’idea. Rapidamente voltai lo sguardo a destra e a sinistra, non c’era nessuno, nessuno poteva fermarmi.  Appoggiando la punta del piede al tallone opposto mi sfilai la scarpa da ginnastica sinistra e appoggiai la pianta nuda al pavimento freddo, un brivido di vita misto a freddo mi risalì per le vene, riproposi poi lo stesso processo per l’altro piede. Camminando sulle punte oltrepassai il corridoio, lasciandomi dietro le puma nere ancora allacciate come corpi inermi. Richiusi delicatamente la porta a vetri del bagno  alle mie spalle e mi chinai ad accendere la stufetta a gas. Spostandomi di qualche passo, con la mano destra aprii il runbinetto della vasca, girandolo completamente verso il caldo. Volevo l’acqua fumante.
Non potevano mancare i profumatissimi sali da bagno, di un blu cobalto intensamente rilassante, e le candele accese, con le loro adorabili fiamme che danzavano un po’ timide nella penombra della stanza.
Il vapore cominciava a salire e pochi istanti dopo, mentre mi immergevo, il mio corpo manifestava i tipici atteggiamenti contrastanti di adattamento al caldo. L’inziale voglia di scappar via, sostituita qualche attimo più tardi da una vivida sensazione di accoglienza; il tepore che progressivamente si distribuiva a tutto il corpo in un abbraccio capace di allontanare ogni tipo di malumore o preoccupazione.

Lettera all’ Ipotalamo

Ipotalamo e sistema limbicoSeduta accanto al calorifero con le ginocchia piegate e la testa riversa su di esse, gli occhi gonfi di lacrime e arrossati per il troppo piangere, non potevo non chiedermi come mai in certi momenti ci si senta così vulnerabili. Quando soffriamo è come se avessimo gli organi esposti, sentiamo il pulsare del cuore più forte e duro, percepiamo l’intestino aggrovigliarsi (come se fosse possibile che lo diventi di più), i reni tremano, lo stomaco si chiude… è tutto lì, ben presentato, come se non avessimo ossa, pelle e connettivo a difenderci. Come se stessimo offrendo al nemico un facile accesso attraverso il quale affondare il coltello.

Caro Ipotalamo,
ora mi rivolgo a te, ma anche a tutti gli interocettori di cui non dovremmo aver coscienza e al sistema limbico, dove evidentemente non si balla abbastanza, credete di fare un buon lavoro abbandonandomi sotto il piumone ad ascoltare canzoni talmente tristi da riuscire a deprimere anche uno che ha appena vinto al superenalotto?
Via quel sorrisetto, miei cari, perchè questa cosa è inammissibile. Se la mia opinione vale qualcosa (e vale, perchè qui comando io!) Da oggi voglio sentire solo le farfalle nello stomaco, niente nausea! Voglio vedere i colori, un bel taglio ai bastoncelli, che siamo anche in crisi.
Attivazione del CGP (leggasi -gambe levate-) appena un uomo si mostra indeciso e comincia coi “ma”, al primo “non mi sono fatto sentire perchè ero impegnato a rincorrere le farfalle nel prato e la mamma ci tiene molto che ne raccolga almeno venti in inverno che altrimenti muoiono congelate”.
Via quel tribolare di pensieri, quel dialogare tra emisferi che mi disturba lo studio.
Voglio una sfavillante allegria e una prepotente autostima, tutti gli altri fasci di nervi sono noiosi, boriosi, saccenti, inconcludenti, inaffidabili.. toglierei loro il nolo delle sinapsi, e quel condizionale, messo lì per cortesia, vale quanto un imperativo.
Confidando in una migliore collaborazione futura,
porgo i miei più cordiali saluti.
Stefi